Calonectris diomedea

Calonectris diomedea (Scopoli, 1769) Berta maggiore P2 L1A1B2

Comune: Isole Tremiti
Modalità di fruizione: n.a.
Cronologia:

Anche Puffinus diomedea, è specie monotipica (non ha sottospecie) raggiunge il peso di 600 gr e la lunghezza di 50 cm, mentre con le ali, strette ed allungate, ha una apertura alare di quasi un metro. La testa è ricoperta da piume di colore grigio chiaro, mentre il dorso è bruno ed il collo ed il ventre sono bianchi.

Il becco è di colore giallo, mentre le zampe sono rosee. Questo bel procellaride è un uccello marino pelagico che trascorre la maggior parte del tempo in mare aperto e ritorna sulla terraferma, generalmente su piccole isole, al tramonto. È un agile nuotatrice mentre a terra ha un’andatura piuttosto goffa ed impacciata.

La sua distribuzione è su un areale piuttosto vasto ed in Italia nidifica lungo le coste. Gli individui mentre si alimentano e quando ritornano ai nidi comunicano lanciando versi molto striduli che richiamano il pianto di neonati, da notare che i versi delle femmine sono diversi da quelli dei maschi.

La Berta cerca il cibo in gruppo e, per catturare le prede, si tuffa in acqua da una decina di metri restando in superficie o anche inseguendola sott’acqua. La sua stagione riproduttiva va da ottobre a dicembre e per questa effettua migrazioni stagionali dall’emisfero settentrionale a quello meridionale.

La femmina depone un solo uovo che cova per circa due mesi. Il piccolo alla nascita ha un piumaggio di colore blu-grigio. Le tremiti sono molte legate a questo uccello che anche nel suo nome contiene il legame, le isole, infatti, erano note in antichità come Diomedee.

Specie protetta secondo il Cites all. B, L. 157, 11.02.92, secondo Allegato II del Protocollo relativo alle Zone Particolarmente Protette e alla Diversità Biologica del Mediterraneo della Convenzione di Barcellona (Protocollo ASPIM) “Specie in pericolo o minacciate” e Allegato II della Convenzione relativa alla conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa (Berna) “Specie di fauna rigorosamente protette”, ratificate rispettivamente nella L. 175, 27.05.99 e nella L. 503, 5.10.81

Caretta caretta (Linnaeus, 1758) Tartaruga marina

Comune: Parco
Modalità di fruizione:
Cronologia:

Questo rettile marino si osserva nuotare con buona frequenza attorno alle coste del Gargano e delle Isole Tremiti. Gli esemplari adulti possono raggiungere dimensioni ragguardevoli superando il metro di lunghezza e i 150 chilogrammi in peso, purtroppo di questo tipo di esemplari se ne vedono sempre più raramente, mentre alla nascita è circa 5 cm lungo.

Sono animali perfettamente adattati alla vita acquatica grazie alla forma allungata del corpo ricoperto da un robusto guscio ed alla presenza di “zampe” trasformate in pinne. Ha testa grande, con il rostro molto incurvato. Gli arti sono molto sviluppati, specie gli anteriori, e muniti di due unghie negli individui giovani che si riducono ad una negli adulti.

Ha un carapace di colore rosso marrone, striato di scuro nei giovani esemplari, e un piastrone giallastro,a forma di cuore, spesso con larghe macchie arancioni, dotato di due placche prefrontali ed un becco corneo molto robusto. Lo scudo dorsale del carapace è dotato di cinque coppie di scudi costali; lo scudo frontale singolo porta cinque placche. Ponte laterale fra carapace e piastrone con tre (di rado 4-7) scudi inframarginali a contatto sia con gli scudi marginali che con quelli del piastrone. Gli esemplari giovani spesso mostrano una carena dorsale dentellata che conferisce un aspetto a dorso di sega.

I maschi si distinguono dalle femmine per la lunga coda che si sviluppa con il raggiungimento della maturità sessuale, che avviene intorno ai 13 anni. Anche le unghie degli arti anteriori nel maschio sono più sviluppate che nella femmina. Hanno una dieta piuttosto varia potendo cibarsi di molluschi, pesci, crostacei e, soprattutto, meduse.

Questa abitudine alimentare porta la Caretta a scambiare oggetti di plastica galleggianti (in prevalenza le famigerate buste della spesa) per meduse, rischiando così gravi problemi fino alla morte per soffocamento. Gli accoppiamenti avvengono in acqua: le femmine si accoppiano con diversi maschi, collezionandone il seme per successive nidiate della stagione; il maschio si porta sul dorso della femmina e si aggrappa saldamente alla sua corazza, utilizzando le unghie ad uncino degli arti anteriori, poi ripiega la coda e mette in contatto la sua cloaca con quella della femmina.

La copula può durare diversi giorni. Avvenuto l’accoppiamento la femmina attende per qualche giorno in acque calde e poco profonde il momento propizio per deporre le uova. Giunte sulla spiaggia vi depongono fino a 200 uova, grandi come palline da ping pong, disponendole in buche profonde, scavate con le zampe posteriori. Quindi le ricoprono con cura, per garantire una temperatura di incubazione costante e per nascondere la loro presenza ai predatori. Completata l’operazione fanno ritorno al mare. È un rito che si può ripetere più volte nella stessa stagione, ad intervalli di 10-20 giorni.

Le uova hanno un’incubazione tra i 42 e i 65 giorni (si è registrato anche un periodo lungo di 90 giorni, a causa di una deposizione tardiva e relativo raffreddamento della sabbia), e, grazie a meccanismi non ancora chiariti, si schiudono quasi tutte simultaneamente. Con differenza sostanziali tra i vari substrati che costituiscono la spiaggia dove è stata fatta la deposizione. La temperatura e l’umidità del suolo, la granulometria della sabbia sono fattori determinanti per la riuscita della schiusa.

I suoli molto umidi determinano spesso la perdita delle uova poiché molte malattie batteriche e fungine possono attaccare le uova, inoltre alcuni coleotteri possono raggiungere il nido e parassitarle. La temperatura del suolo determinerà il sesso dei nascituri, le uova che si trovano in superficie, si avvantaggiano di una soglia termica superiore a quelle che giacciono in profondità, pertanto le uova di superficie daranno esemplari di sesso femminile e quelle sottostanti, di sesso maschile (ovviamente il surriscaldamento stagionale determina la presenza di sole femmine episodio alquanto pericoloso per l sopravvivenza della specie).

I piccoli per uscire dal guscio utilizzano una struttura particolare, il dente da uovo, che andrà riassorbito in un paio di settimane. Usciti dal guscio impiegano dai due ai sette giorni per scavare lo strato di sabbia sovrastante il nido e raggiungere la superficie. In questo stadio di vita sono estremamente vulnerabili ed indifese dai predatori, per cui molto poche riusciranno a raggiungere lo stato di adulto, che non è comunque uno stadio esente da pericoli sia per il tipo di nuoto non agile che per la necessità della risalita in superficie per respirare.

Inoltre, questa bella tartaruga marina può subire gravi incidenti per la eccessiva antropizzazione e per la pesca non accorta sia per impatti con le barche che per gli ami dei palanghari, sia per le reti che le impediscono di raggiungere la superficie. Questa specie, gravemente a rischio è protetta da tutte le convenzioni internazionali tramutate in legge di ratifica.

Cavalluccio marino – Hippocampus hippocampus (Linnaeus 1758)

Comune: Isole Tremiti
Modalità di fruizione:
Cronologia:

Anche Hippocampus europaeus Ginsburg, detto anche Cavalluccio marino a muso corto, è un pesce di acqua marina appartenente ai Signatidi. Corpo di colore giallo, talvolta rosso, grigio o marrone. Capo appuntito, piuttosto corto. Non ha escrescenze formate dall’esoscheletro sul corpo, tipiche di altre specie dello stesso genere, come lo H. guttulatus.

È dotato della pinna dorsale e delle pinne pettorali, poco sviluppate. Ha muso relativamente corto, le appendici dermali generalmente sono poche o assenti, di colore: variabile dal marrone al nero, alcune volte con macchie pallide, la pinna dorsale generalmente presenta una striscia nera submarginale.

Si presenta normalmente con una lunghezza standard di 15 cm (lunghezza standard). Questa specie si distingue da Hippocampus ramulosus per l’assenza quasi totale di escrescenze sul corpo che sono invece più o meno evidenti nella seconda specie. Un’altra piccola differenza di questa specie è data dal muso, più corto rispetto a quello dell’Hippocampus ramulosus. Le due specie di cavalluccio marino citate, presenti nel Mediterraneo, si accoppiano in primavera e, durante l’accoppiamento, il maschio e la femmina seguono un rituale che li vede compiere movimenti particolari.

Dopo la fecondazione le uova vengono incubate in una tasca ventrale che possiede il maschio e all’interno di essa, aderendo alle pareti, i piccoli embrioni ricevono nutrimento. Al termine di questa fase che dura circa una trentina di giorni i piccoli cavallucci divengono autonomi, fuoriuscendo dalla tasca incubatrice e disperdendosi nel fondale. In questo caso la prateria di Posidonia oceanica, grazie al fitto intrico di foglie, può garantire protezione ai piccoli.

I cavallucci marini sono predatori di piccoli organismi, soprattutto minuscoli crostacei, e durante i loro momenti di relax si possono osservare “ancorati” con la coda prensile a foglie di Posidonia oceanica o ad altri supporti. Hanno anche discrete capacità mimetiche e possono presentare una livrea dal giallo bruno al verde, sino al rossastro. I cavallucci risentono notevolmente delle variazioni del loro ambiente naturale, in particolar modo del degrado e della regressione delle praterie di Posidonia oceanica, e, anche per quest’ultimo motivo, sono organismi fortemente minacciati di estinzione che necessitano di adeguata protezione ambientale.

Vive principalmente nelle acque costiere poco profonde (1-10 metri di profondità), nelle praterie a fanerogame e sui fondali sabbiosi. Non esistono dati certi sull’alimentazione ma appare probabile che si cibi di piccoli crostacei. Il suo periodo riproduttivo va da aprile a ottobre, successivamente il maschio incuba le uova per un periodo di circa 3 settimane.

Alquanto raro si va ulteriormente impoverendo nella popolazione specie tremitese. E’ considerata specie “Vulnerabile” dalla IUCN Red List. La specie è inserita CITES allegato D e nell’annesso Annesso II da ASPIM (Protocollo relativo alle Aree Specialmente Protette e la Biodiversità in Mediterraneo), Monaco, 24/11/1996, legge 175 del 25/05/1999.

Centrostephanus longispinus (Philippi, 1845) Riccio diadema

Comune: Isole Tremiti
Modalità di fruizione:
Cronologia:

Il riccio corona o riccio diadema è un riccio di mare della famiglia Diadematidae, unico rappresentante di questa famiglia nel mediterraneo, diffuso ma non comune, nel mar Mediterraneo e nell’Atlantico orientale dal Marocco al golfo di Guinea. E’ una specie notturna, poco amante della luce che si nutre di spugne e alghe.

Possiede un guscio calcareo tondeggiante di 4-5 cm di diametro, caratterizzato da aculei estremamente lunghi e sottili, la cui colorazione è data dall’alternarsi di bande nere, violacee e biancastre permettendo di raggiungere i 20 cm di diametro complessivi. Sulla superficie aborale sono presenti piccole spine claviformi di colore rosso vivo. È un animale bentonico che predilige i fondali fangosi o sabbiosi, da 10-15 m sino a 200 m di profondità.

Lo si incontra facilmente su fondali a coralligeno e, più raramente, su parterie di posidona. La specie è protetta secondo Allegato II del Protocollo relativo alle Zone Particolarmente Protette e alla Diversità Biologica del Mediterraneo della Convenzione di Barcellona (Protocollo ASPIM) “Specie in pericolo o minacciate” e Allegato II della Convenzione relativa alla conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa (Berna) “Specie di fauna rigorosamente protette”, ratificate rispettivamente nella L. 175, 27.05.99 e nella L. 503, 5.10.81 e secondo la Direttiva Habitat – Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche, D.P.R. n. 357 del 08/09/1997 (G. U. n. 248 del 23/10/1997), D. M. 03/04/2000 (G. U. n. 95 S. O. del 22/04/2000), D. M. 06/09/2002 (G. U. n. 224 del 24/09/2002)

Cicala di mare, Magnosella – Scyllarus arctus (Linneo, 1758)

Comune: Isole Tremiti
Modalità di fruizione:
Cronologia:

La cicala di mare o magnosella (Scyllarus arctus Linnaeus, 1758) è un crostaceo decapodo della famiglia dei Scyllaridae.Ha corpo robusto, coda larga lunga circa il doppio del carapace, occhi di colore arancione-rosso e delle tipiche antenne piatte e frastagliate che sembrano palette.Il colore abbastanza mimetico del corpo bruno-rossasto molto scuro con piccole macchie rosse e blu fra i segmenti della corazza mentre le zampe alternano righe molto scure a righe molto chiare tendenti al giallo.

E’ di modeste dimensioni e raggiunge al massimo i 16 cm di lunghezza(comune tra 5-10 cm).Vive in fondali rocciosi ricchi di anfratti o nelle praterie di Posidonia dalla superficie fino a circa 50 m di profondità.Si distingue dalla Magnosa (Scyllarides latus) per il margine anteriore delle antenne frastagliato, la coda in proporzione al resto del corpo più lunga e per le minori dimensioni. Le femmine sono ovigere da febbraio ad aprile.

Si può incontrare più facilmente di notte o nelle grotte poco frequentate dove spesso si ripara in gruppi anche numerosi. E’ una specie in via di rarefazione per via della pesca indiscriminata da parte dell’uomo. Questo crostaceo si presenta indifeso non avendo neppure delle chele e se minacciato si limita a scappare contraendosi e compiendo dei potenti balzi all’indietro.Protetto secondo ‘annesso III di ASPIM e secondo l’allegato III di Berna (L. 503, 5.10.81, L. 175, 27.05.99).

Cicala grande o magnosa – Scyllarides latus (Latreille, 1803)

Comune: Isole Tremiti
Modalità di fruizione:
Cronologia:

Questo crostaceo di cui non esiste una pesca professionale è diventato piuttosto infrequente,infatti vive nascosto sotto cavità della roccia ed in grotta e conta molto sul mimetismo rimanendo immobile e questo l’ha reso vittima indifesa dei subacquei(poco onesti) con autorespiratore.

La Magnosa (Scyllarides latus), da non confondere con la Magnosella (Scyllarides arctus) molto più piccola, è diffusa nel Mediterraneo ed Atlantico orientale, da basse profondità sino ad oltre 100 m. Registra una lunghezza massima di circa 45 cm e il peso di circa un chilo ma più comunemente le sue dimensioni sono attestate intorno ai 30 cm.Si nutre prevalentemente di molluschi, con una predilezione per le patelle.

Le antenne dell’animale sono a forma di paletta e se ne serve per scalzare i molluschi dalla roccia, i pereiopodi sono prive di chele eccetto che per le femmine che nel quinto paio presentano delle piccole chele incomplete che usano per manipolare le uova. Oltre che per le dimensioni (45 cm.la prima e circa 15-16 cm la seconda) la Magnosa si differenzia dalla Magnosella per avere il bordo delle antenne liscio, corpo con grosse granulazioni e peloso, colorazione ruggine sul dorso e giallo carico ventralmente, antennule viola, primo metamero addominale a strisce rosse; la Magnosella invece ha il dorso color bruno nerastro a bande trasversali rosso brillante sull’addome, il bordo delle antenne è dentellato, tre carene sul carapace e zampe anellate di blu.

Il periodo riproduttivo è in primavera e le femmine ovigere si trovano soprattutto tra giugno ad agosto. La femmine, una volta fecondate, incubano le uova sotto l’addome per circa 2 mesi fino allo sviluppo delle forme larvali. Nel periodo invernale si spostano in acque più profonde dove trovano condizioni migliori per compiere la “muta”.

Protetto dalla direttiva Habitat, Dir. 92/43 CEE 21.05.92, secondo ‘annesso III di ASPIM e secondo l’allegato III di Berna (L. 503, 5.10.81, L. 175, 27.05.99).

Ultimo aggiornamento

23 Maggio 2023, 12:29